Finiti i riti sarà il gioco a salvarci

PIN rito indiano

Quella da cui proveniamo era un’età scandita dai riti. Che si trattasse del tempo di tutti, le cui feste riguardavano il mutare delle stagioni, le giravolte dell’anno, la caccia e la guerra, o di un tempo personale e intimo, fatto di iniziazioni e momenti di passaggio, la vita degli esseri umani era collegata con un filo sottilissimo a un ordine nascosto del cosmo. Questo filo era il rito, che aveva la funzione di legare, attraverso la ripetizione di gesti e memorie, la vita umana a un significato che la sorpassava. Ad esempio, lo sbiadito carnevale appena trascorso nell’antichità era una cesura fondamentale dell’anno, che collegando l’uomo al tempo mitico sconvolgeva il ritmo della vita, stretta tra gli antichi Saturnali e la nuova Quaresima.

In un mondo in cui mancano i riti la connessione con la memoria è interrotta: niente riesce a fare da collante nelle comunità e gli uomini, disperdendosi e separandosi, perdono la capacità di abitare il tempo, di fare esperienza del sacro. Così il tempo diventa vuoto, fatto di attimi slegati tra loro.

La pandemia ha contribuito ad allontanare ancora di più i riti dalla vita quotidiana, anche se quelli che erano rimasti erano già in agonia, divenendo contraffazioni edulcorate. L’impossibilità di celebrare funerali in comunità ha creato un vuoto incolmabile con cui presto o tardi bisognerà fare i conti perché i morti cui non si è detto addio non smettono di abitare la Terra. «Nel rito funebre, è la comunità il vero soggetto del lutto: dinanzi all’esperienza della perdita, è essa stessa che se lo impone, e questi sentimenti collettivi la consolidano», scrive il filosofo sudcoreano Byung-chul Han in La scomparsa dei riti. Una topologia del presente (Nottetempo, traduzione di Simone Aglan-Buttazzi, 144 pp., 15€), scritto in epoca prepandemica.

Han è netto nell’indicare nella mancanza di pratiche simboliche le ragioni del narcisismo diffuso dell’evo contemporaneo. Abbiamo disincantato il mondo dimenticando il passato, trasformando in semplice routine la ripetizione di ciò che è sacro, preferendo l’ossessione verso il nuovo e il futuro sempre identico, facendo dell’autenticità una prestazione, un dispositivo spendibile sui social. Prima del Covid qualcuno diceva che era il calcio l’ultimo vero rito contemporaneo, ma oggi, di fronte agli stadi vuoti nemmeno questa fantasia può reggere, perché di un rito si fa esperienza, non si fruisce davanti a uno schermo. Ma è vero che non v’è nulla più rituale del gioco ed è forse in questo modo di pensarlo, antico e nuovo allo stesso tempo, che risiede la nostra salvezza. Secondo Han la guerra, il duello, la seduzione e perfino il pensiero hanno origine nella dimensione ludica. Vincendo il nostro sospettoso disincanto dovremmo riuscire a giocare di nuovo col mondo, reincantandolo, restituendogli il significato perduto e ritrovando in esso quella reciprocità che ci rende umani.

 

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