Giordano Bruno

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In segno di protesta per l’oltraggio appena subito, la mattina del 9 giugno 1889 papa Leone XIII la passò in preghiera, inginocchiato di fronte alla statua di San Pietro nella Basilica Vaticana. In quelle stesse ore, al di là del Tevere e a meno di due chilometri di distanza, un drappo era infatti caduto, svelando agli occhi della piazza festante, gremita di gente accorsa da tutta Italia, la statua di un eretico impenitente. Era il monumento a Giordano Bruno, opera di Ettore Ferrari, che grazie agli sforzi di un comitato studentesco dell’ateneo de La Sapienza, dopo tredici anni di arretramenti, conflitti e ripensamenti finalmente svettava con lo sguardo rivolto verso il cuore della Chiesa, proprio lì nella piazza dove si era consumato il rogo. Negli anni precedenti l’erezione di quella statua era stata al centro di una lotta che si era combattuta tra diverse fazioni dell’Italia post risorgimentale: da una parte le forze laiche, radicali e socialiste, dall’altra la Chiesa cattolica, che vedeva nella statua del filosofo un vero attacco al suo potere in Italia.

La storia di quel monumento, e di quello che ha significato, è stata ben raccontata nel 2015 da Massimo Bucciantini in Campo dei fiori. Storia di un monumento maledetto. Dopo quasi trecento anni dalla sua morte Giordano Bruno tornava con prepotenza nel dibattito culturale e politico italiano: il furore della sua “nova filosofia”, ingombrante e ineludibile, era qualcosa che non poteva più essere ignorato. Ma suo malgrado, al centro di quel dibattito la figura del filosofo di Nola venne usata in chiave anticlericale e per i più diversi interessi: il suo corpo, trasfigurato nel bronzo, era diventato un terreno predatorio su cui agivano forze diverse e in contrapposizione. Ancora oggi la statua è ritenuta il simbolo perfetto dei martiri del libero pensiero, e la piazza – che secondo i cattolici più ferventi avrebbe dovuto cambiare nome in Campo maledetto fino a quando non fosse stata edificata al posto del monumento una cappella di espiazione al santissimo cuore di Gesù –, è stata spesso teatro di raduni e manifestazioni politiche.

Se da un lato considerare Giordano Bruno un martire del libero pensiero, pur in funzione della sua tragica fine, è un intento nobile, dall’altro ciò ha rischiato spesso di ridurre la complessità del filosofo a una prova di forza postuma e dai contorni grotteschi, giocata sulla cenere gettata nel Tevere di un eretico bruciato vivo. Si fa fatica ancora oggi a racchiudere tutta la portata dell’esperienza di vita di Bruno, dei suoi viaggi e del suo pensiero, e forse è proprio per questo che solo una statua ha avuto fin qui il potere di unificarne i vissuti, proprio come racconta nell’Asclepius latino, riguardo l’animazione delle statue, Ermete Trismegisto, tre volte grande nella sua triplice funzione di re, sacerdote e mago. La potenza dei simboli risiede nei loro molti significati, nella loro polisemia.

Ma c’è una cosa che possiamo dire con certezza: la filosofia di Bruno non può essere staccata dalla sua biografia. Questo assioma è il punto di partenza e la struttura metodologica de Il sapiente furore. Vita di Giordano Bruno, di Michele Ciliberto. Nella riedizione di questo corposo saggio Ciliberto sostiene il racconto della vita di Bruno mostrando e commentando i testi che l’hanno attraversata, e seguendo così passo dopo passo l’ideazione e lo sviluppo della nolana filosofia.

  Nel racconto viene mostrato chiaramente come egli abbia assunto su di sé la responsabilità della sua propria vocazione, assecondandola fino alle ultime conseguenze: ciò che chiamiamo destino, per il filosofo di Nola, era semplicemente necessità. Ma l’uomo che venne bruciato in Campo de’ Fiori, era stato molte cose: un filosofo moderno, un mago ermetico, un esperto di mnemotecnica, un eretico pertinace, un viaggiatore instancabile che aveva teorizzato filosoficamente, superando Copernico in senso infinitista, la pluralità dei mondi, la forma come principio universale della realtà, l’universo come simulacro di Dio, la metasomatosi.

Quella di Bruno è una rivoluzione che sconvolge tutto quello che gli passa tra le mani: fin da San Domenico Maggiore, dove iniziò il suo viaggio, ogni verità tradizionale, che sia morale, ontologica, teologica o cosmologica, viene messa alla prova e sovvertita. In pochi lo capiranno, non troverà un vero rifugio in nessuna città d’Europa, eppure rimarrà consapevole della sua condizione e del suo destino. Questa biografia ci restituisce così l’immagine di Bruno in ogni fase della sua vita, ricostruendone con cura le vicissitudini e i conflitti, fino al rapporto con gli inquisitori. Nessun pentimento, mai. Diventerà come il furioso nell’ultimo dei suoi dialoghi italiani, che sottraendosi alla dispersione e alla molteplicità arriva a conoscere se stesso e Dio. Il Nolano poteva scendere a compromessi su molte cose, e tenterà di farlo, spesso torcendo la sua storia, omettendo o aggiungendo dettagli a suo favore. Ma il cuore del suo messaggio, della sua missione, quello non poteva rinnegarlo. Come scrive Ciliberto: «Bruno visse l’esperienza del furore dandone una testimonianza straordinaria; ma proprio perché la descrisse comprendendola, dimostrò che egli era in grado di andare oltre, spezzando i confini dell’umanità».

Rileggere oggi le opere di Bruno sconvolge per la modernità della sua portata filosofica e il per il suo sguardo sulle cose del mondo. Dai l’universo infinito alle sue parole sui colonizzatori delle Americhe, la sua statua è ancora lì in Campo de’ Fiori, a ricordarci la potenza di una vita vissuta in modo consapevole, completamente aderente alla propria necessità destinale. Anche se farlo vuol dire il rogo, soprattutto se farlo vuol dire il rogo.

 

Questo articolo è uscito, in forma leggermente modificata, sul numero #449 La lettura del Corriere della Sera del 5 luglio 2020.

 

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