Quando i letterati vedono il cosmo

PIN telescopio letteratura

In un articolo uscito sulla rivista “Nature” nel 2012 si descriveva un complicato esperimento tramite il quale, osservando la luce riflessa dalla Luna sul nostro pianeta, si sarebbe provato a rispondere alla domanda: c’è vita sulla Terra?. La risposta, per niente scontata, fu affermativa. Una tecnologia che era stata inventata per guardare lontano veniva usata per comprendere qualcosa di vicino, ed è un’inversione simile quella che è capitata alla letteratura dopo il salto di paradigma dell’allunaggio: all’improvviso lo spazio diventava un luogo fisico, addirittura esplorabile, così la letteratura doveva farsi interprete di nuove e incredibili possibilità. Il dispositivo letterario diventava uno strumento prezioso per capire il ruolo che l’umanità avrebbe avuto in questa nuova epoca: lo spazio, in fin dei conti, cominciava a dirci qualcosa di noi stessi. Il racconto di questa vertigine è l’oggetto di Il telescopio della letteratura, di Alessandra Grandelis (Bompiani, 176 pp., 15€), in cui si registra il modo in cui scrittrici e scrittori italiani furono suggestionati da questo nuovo modo di abitare il cielo. Da Cancroregina di Landolfi agli articoli di Calvino e Maraini, passando per Solmi e Zanzotto, l’esplorazione spaziale, l’astronautica e l’astrofisica diventarono oggetti letterari degni di considerazione, e la letteratura l’unico mezzo in grado di indagare la natura dell’essere umano venturo, perché anche se lo spazio, svelandosi, cominciava a perdere un po’ del suo fascino occulto, si faceva sempre più pressante la necessità di raccontarlo. Il racconto, dopotutto, rimane la base filosofica per la fondazione di qualsiasi comunità davvero umana, sia che essa si prepari per visitare altri mondi o che invece rimanga sulla Terra, continuando a cercare nel cielo le prove della sua stessa esistenza.

 

Questo articolo è uscito sul numero de «La Lettura» dell’11/05/2021

 

 

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