Ray Bradbury: il cantore degli universi infiniti

PIN Bradbury

«La fantascienza è l’arte del possibile, mai dell’impossibile»: con questa frase Ray Bradbury
iniziava una lunga intervista con William Plummer della «Paris Review», intervista svolta nel 1976 e pubblicata solo nel 2010. La frase è una di quelle capaci di condensare in poche parole tutto il lavoro e la visione di chi la pronuncia: per Ray Bradbury essere uno scrittore  a sperimentare e vagare ogni giorno in quella dimensione, la dimensione della possibilità.

Oggi, a cento anni dalla nascita, rileggere le sue opere restituisce uno strano senso di
spaesamento, diverso da quello che possono offrire altri autori considerati, insieme a lui, i maestri della fantascienza. Da Cronache marziane in poi, l’esordio che gli varrà da subito il successo letterario, si trova nei suoi lavori un senso di familiarità con i personaggi che sfocia nel perturbante, in cui situazioni assolutamente familiari appaiono all’improvviso completamente estranee e viceversa. La fantascienza – etichetta di un genere in cui Bradbury non si riconoscerà mai pienamente, fu infatti anche scrittore fantasy, horror, polizesco e weird – è solo un modo per scrivere del presente, per digerire la portata della Bomba, capirne gli effetti sulla vita delle persone e la direzione che sta prendendo il destino della società. Per cercare di cambiarlo: Ray Bradbury è uno di quegli scrittori che crede con tutto se stesso, e da sempre, nel potere trasformativo della letteratura.

Se per scrittori come Isaac Asimov, Orson Wells e Arthur C. Clarke, la fantascienza è soprattutto narrativa di un futuro assoluto, di astronavi e di universi lontani nel tempo e nello spazio dove gli esseri umani hanno perso la loro umanità e dove le leggi fisiche rispondono a precise fluttuazioni cosmiche, la fantascienza di Bradbury è una narrativa di idee, di stati emotivi, di personaggi normali catapultati però in mondi assurdi e in situazioni paradossali, dove a volte anche la parola fantascienza trema e sbiadisce, per consumarsi in quel fuoco sacro che è la letteratura.

Come in tutte le iniziazioni che si rispettino, e che hanno a che fare con quello che nella vita sei destinato a essere, anche per Bradbury la fiamma di quel fuoco era stata accesa da un uomo che potrebbe essere un personaggio dei suoi libri: Mr. Electrico, un ex predicatore che girava l’America con un circo, affascinando i bambini con le meraviglie dell’elettricità statica. È il 1932, Bradbury ha dodici anni. Durante lo spettacolo Mr. Electrico crea i bambini cavalieri del fuoco e quando è il turno del giovane Ray il mago gli tocca entrambe le spalle con la spada elettrificata gridandogli: Vivi per sempre!. Bradbury prova una sensazione di pienezza, di completezza destinale. Il giorno dopo, seduti sulla riva del lago Michigan, Mr. Electrico gli racconta che loro erano stati in realtà grandi amici, e che Bradbury era morto tra le sue braccia durante la battaglia delle Ardenne, in
Francia.

Questo a Ray basta, e da quel momento, ogni sera, scriverà i suoi racconti, per cercare di vivere per sempre. «Non so se credo nelle vite precedenti», scriverà poi dopo anni nell’introduzione a una sua antologia di racconti «non sono sicuro che vivrò per sempre. Ma quel ragazzino credeva a entrambe le cose e io ho lasciato che fosse lui a prendere il comando. È lui che ha scritto i miei racconti e i miei romanzi».
I racconti di Bradbury non riguardano, come ci si aspetterebbe da uno scrittore di fantascienza, il futuro, ma le possibilità stesse del futuro. Ray Bradbury trascende il genere per raccontare le sfide, le contraddizioni e le possibilità che si agitano all’interno della realtà: quel bambino è il filtro della fantasia, animato da un amore spasmodico per i libri e per le storie. Perché sono le storie, in fin dei conti, che gli interessano e trovare il modo di salvarle, di farle vivere per sempre, è il suo cruccio più grande.

In quello che è definito all’unanimità il suo capolavoro, Fahrenheit 451, pubblicato in Italia nel 1956 con il titolo Gli anni della fenice, un’opera più distopica che fantascientifica, e in cui si sintetizza il rischio di una società che perde le sue fondamenta culturali e filosofiche,  l’amore per i libri e il loro valore salvifico, un uomo che non sa di amare le storie è costretto a bruciarle. Per salvarle, un gruppo di uomini e di donne diventeranno quelle storie stesse, lasceranno i loro nomi per prenderne altri: chi diventerà La Repubblica di Platone, chi i Vangeli, chi Walden: «Ognuno aveva un libro che voleva ricordare e che ha ricordato». Bradbury racconta che non ha mai voluto modificare la prima stesura del libro, perché si fidava ciecamente dell’uomo che l’aveva scritta, cioè lui stesso a trent’anni.

Gli universi dei suoi racconti, popolati non solo da marziani ma anche da dinosauri e vampiri – non sono scientificamente dettagliati alla perfezione, allo scrittore americano la scienza interessa relativamente, ma sono i racconti mitologici di una tribù aliena, le condizioni della sua possibilità.
Visionario e immaginifico tanto quanto Asimov fu asciutto e lineare, Bradbury è stato anche
sceneggiatore e poeta, soprattutto negli ultimi anni della sua vita: ma fin da subito, dal lirismo dei suoi primi racconti, è stata restituire la poesia alla science-fiction, la sua più grande innovazione.

 

Questo articolo è uscito, in forma leggermente modificata, sul numero #455 La lettura del Corriere della Sera del 17 agosto 2020.

 

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