La vita alchemica

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“Ho sempre pensato che conoscere le cose, essere intimo al mondo, fosse l’unico modo per dare senso alla vita. Niente aveva mai avuto il potere di riconciliarmi con me stesso come essere certo di aver capito qualcosa. Non l’aveva fatto l’ambizione, non l’aveva fatto il dolore, la solitudine; non l’aveva fatto l’amore”. Su ilLibraio.it lo scrittore Matteo Trevisani racconta la nascita del suo nuovo romanzo, “Libro del sole”: “Nel 1859 una grande tempesta solare aveva provocato in tutto il globo una serie di aurore boreali, a latitudini molto basse, fino a Roma. Lo chiamano Evento di Carrington. Ecco da dove partire. Un’aurora boreale…”

Quando ho raccontato per la prima volta a una persona la storia che avevo in mente per il Libro del Sole l’unica cosa che mi ha detto è stata: “Sei sicuro?”.

Libro dei fulmini era uscito da qualche settimana, portandosi via le ansie dell’esordio. Ero preparato a rispondere a molte altre domande piuttosto che a quella: snodi di trama, come avrei impostato la lingua di una giovane astronoma, come avrei cercato di tessere insieme alchimia e astronomia solare. Ma a “Sei sicuro?” mi ero accorto di non saper rispondere.

Nel Libro dei fulmini avevo messo dentro tutti gli studi della mia vita fino a quel momento, in un certo senso mi ero allenato da anni a scrivere qualcosa che mi assomigliasse. Che cosa succedeva ora? Che cosa mi rimaneva, da scrivere?

Ho sempre pensato che conoscere le cose, essere intimo al mondo, fosse l’unico modo per dare senso alla vita. Niente aveva mai avuto il potere di riconciliarmi con me stesso come essere certo di aver capito qualcosa. Non l’aveva fatto l’ambizione, non l’aveva fatto il dolore, la solitudine; non l’aveva fatto l’amore. Ma riconoscere le cose significava essere a casa, abitare il mondo. Girare per le strade di una città e sapere come i simboli comunicavano tra loro, o guardare il cielo di notte ed essere in grado di non perdermi tra le costellazioni, trovare Polaris moltiplicando la distanza tra Merak e Dubhe, cercando di comprendere il senso di quella nostalgia assurda che molte persone provano osservando le stelle.

Sapevo che prima o poi avrei scritto del cielo.

Qualche anno fa mi ero imbattuto in un evento storico che non conoscevo. Nel 1859 una grande tempesta solare aveva provocato in tutto il globo una serie di aurore boreali, a latitudini molto basse, fino a Roma. Lo chiamano Evento di Carrington, dal nome dell’astronomo che l’aveva studiato per primo. Ecco da dove partire. Un’aurora boreale. Ancora non lo sapevo, ma erano già i prodromi del Libro del Sole. In quell’avvicinarsi c’era già tutta la storia dell’astronomia solare, e un astronauta che spaventato tenta il salto più grande che possa concepire. Ma come avvicinarsi all’aurora? Come comprendere il significato dei mutamenti del Sole?

Pensai che per andare più vicino, bisognava tornare alla terra. L’alchimia aveva fatto parte per anni di quel bagaglio di conoscenze sfibrate che avevo cercato a fatica di anteporre alla vita. Avevo letto troppo presto e senza capirci niente Fulcanelli e Flamel, studiai Zolla, Jung, Marie Luoise Von Franz. Conoscevo il Corpus Hermeticum, e le radici ermetiche di Giordano Bruno e la scienza solare indiana. Ma il linguaggio alchemico rimaneva ancorato a una certa disposizione materica e ingrata, che facevo fatica a trasportare in quel mundus imaginalis che andavo lentamente preparando. Ma avevo il polo negativo della mia aurora.

Il cielo e la terra avrebbero comunicato attraverso una ragazza, attraverso una voce di donna dal nome spaziale, Eva.

Se scrivere dei fulmini aveva significato per me approfondire l’aspetto tecnico della scrittura e della costruzione di una trama, il libro che stavo scrivendo aveva un compito più difficile, quello di trovare una voce che non avevo. Compresi presto che scrivere il Libro del Sole significava costruire un laboratorio alchemico dove a ribollire sarebbe stato il mio stesso materiale psichico. Letteralmente, sarei stato io stesso.

 

 

Articolo apparso su illibraio.it il 03/08/2019

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